Complessi sardi anni '70

Due stagioni

di Collettivo I Compagni di scena (esecutore principale)

I dischi dello Zodiaco , 1977(casa discografica)

Informazioni

Supporto fisico

Supporto:
33 rpm
Collocazione:
3 C 2
Stato di conservazione:
Buono

Dati album

Casa discografica:
I dischi dello Zodiaco
Distribuzione:
Editoriale Sciascia-Via G.Brodolini 20089 Rozzano (MI)
Numero di catalogo:
VPA 8378
Anno di edizione:
1977

Note

Vedi Giacomo Serreli, Sardegna Rock. Dal Beat al Pop, dal Jazz all'Etno Rock. SCUOLA SARDA Editrice.0 1994 Cagliari pp.358-359 Vedi allegato (Testi politici) "Due stagioni" vuole significare due periodi diversi ma anche due climi, due umori, due situazioni politiche, due stagioni teatrali distinte. Nel disco più semplicemente due facciate. La prima riporta i canti di commento e di accompagnamento dello spettacolo teatrale "Le fabbriche bugiarde": nato da una lunga inchiesta nei e intorno ai poli di sviluppo dell'economia sarda quando lo spegnersi del boom economico nazionale gia dava ragione alla rabbia di chi aveva visto nel sorgere di queste cattedrali petrolchimiche il tradimento delle aspettative sull'utilizzazione delle risorse naturali offerte dal territorio e l'anacronismo con la propria cultura. Lo spettacolo e in particolare le canzoni si sono fatte carico, per due anni, d'essere documento di denuncia e amplificatore della voce della nuova classe operaia, cosciente e combattiva, che veniva formandosi all'interno delle fabbriche di Ottana, Portotorres, Portovesme, Assemini, Sarroch, ecc. Proponendosi con il suo linguaggio diretto e teso nelle piazze, nei piccoli cinema, nelle fabbriche occupate, nei magazzini, negli atri delle scuole di decine di paesi, dove il teatro non era mai stato, come momento di aggregazione e di dibattito, come nuovo modo di fare politica, vincendo remore e timori, scuotendo la coscienza di chi si apprestava a svendere i propri valori culturali ed una tradizione ancora viva e dinamica. La seconda facciata si riferisce ad un nuovo spettacolo, ancora in fase di allestimento, che ha per tema la strategia del potere ed i suoi vani tentativi di ritardare o sopire la presa di coscienza di un popolo che è sempre meno disposto a subire e reclama il diritto di essere protagonista della propria storia. E' uno spettacolo che nasce dalla riflessione dei sei anni di attivita del collettivo "I Compagni di Scena", dalla rilettura delle centinaia di pagine dei dibattiti con il pubblico, registrati durante gli spettacoli precedenti, dalla situazione di disorientamento e di dibattito, spesso anche drammatico, in cui ci troviamo: questo spiega le difficoltà di allestimento di uno spettacolo il cui testo si riempie di giorno in giorno di significati nuovi ma, talvolta, si vede superato da vicende che solo la fantasia di un potere contorto e corrotto riesce a produrre. Questo spiega soprattutto la scelta della metafora nelle canzoni e l'abbandono di un linguaggio che per essere troppo diretto rischia di diventare unilaterale. Anche dal punto di vista musicale le canzoni, che nello spettacolo vengono sempre introdotte da un cantastorie, si ispirano a modelli più ricercati e, in un certo senso, elaborati: vi sono degli abbellimenti e dei di-più ogni volta che il cantastorie descrive i fatti del potere, barocchi, contorti, burocratici. Basti pensare a "Un piede segue l'altro" che con la sua struttura a vite senza fine vuole descrivere il balletto grottesco che ciascuno di noi è costretto a fare con le porte e le scale di qualunque ufficio pubblico nel quale si debba avventurare. Gli abbellimenti e i di-più si perdono non appena è il popolo a cantare, quel popolo che dapprima rivolta contro il potere quegli stessi canti, ma che, alla fine, ritrovata la sua identità e quindi intiera la sua forza si esprime con "Canto cantare canto" nei modi che gli sono propri. A questo punto in ogni copertina per bene dovrebbero esserci i nomi degli autori delle musiche e dei testi delle canzoni e i suoi esecutori; se poi la copertina è per benissimo basterebbe scrivere: autori ed esecutori "I Compagni di Scena". Noi non ce la sentiamo di adottare nè l'una nè l'altra soluzione e quindi riportiamo, in sintesi, il dibattito che è avvenuto in proposito al nostro interno. E' chiaro che la preduzione collettiva è una frase vuota e spesso mistificatoria se si pensa che nel nostro collettito solo alcuni sono in grado di comporre una musica o di stendere in versi idee e concetti; d'altra parte questi alcuni hanno dato veste di canzoni a idee prodotte da altri ed ai va bene non va bene espressi da altri ancora. Non basta: queste canzoni sono nate in un clima e attraverso esigenze suggerite dalle oltre ottanta persone che in sei anni di attività sono passate per l'esperienza de "I Compagni di Scena". Inoltre ciascuno di noi ha dato al gruppo un contributo 'strettamente collegato alla propria disponibilità di tempo, portando in questa attività le contraddizioni e i problemi che man mano accumulava nel posto di lavoro o di studio, consentendo con il proprio impegno, spesso anche economico, di far cantare chi sapeva cantare. Quindi queste canzoni non sono soltanto degli attuali componenti il gruppo, sono nella stessa misura di Pipino che le ha già trovate fatte e di Bastiano che è andato via cinque anni fa, di Natascia che le ha condizionate con la sua voce e di Gerolama che le ha condizionate con il suo giudizio, di.Giorgia che si è astenuta, di lone che si è terrorizzata e di Caxomai che ne ha dattiloscritto le copie, di Biagio, di Filippo, di Ignazio e di chissà quanti altri dei quali non conosciamo neanche il nome ne il viso e che pure ce le hanno suggerite senza neanche saperlo. Sono in definitiva del movimento, bastava che qualcuno le raccogliesse, le sistemasse un po e le cantasse. Ma per raccoglierle era necessario stimolare tutti i fatti che rapidamente abbiamo accennato, era necessario soprattutto essere gruppo, organizzato, attento e spesso anche sofferto tra le tante difficolta che questo lavoro, povero e dilettantesco comporta. Se abbiamo avuto il merito di leggerle, queste canzoni, nel movimento, ci spetta dunque anche il diritto-dovere di rifiutarne la proprietà e di riconsegnarle, elaborate attraverso la nostra personalità, al movimento stesso. "I Compagni di Scena" Maggio 1977

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